Due settimane al Cto, sesto piano, Firenze



Questa storia parla del mio tendine, del CTO e delle due settimane di ricovero, di Marco e della sua gamba. Capita che durante una partita a calcetto il tuo tendine d’Achille preferito, senza un preavviso per così dire gentile, si blocchi, si laceri e infine si rompa. Capita che al pronto soccorso un medico pragmatico [...]



Questa storia parla del mio tendine, del CTO e delle due settimane di ricovero, di Marco e della sua gamba.

Capita che durante una partita a calcetto il tuo tendine d’Achille preferito, senza un preavviso per così dire gentile, si blocchi, si laceri e infine si rompa. Capita che al pronto soccorso un medico pragmatico ti dica: si deve operare. Dobbiamo ricoverarla. Subito.

Capita infine che il sottoscritto, al primo ricovero ospedaliero della sua vita, senta uscire dalla propria bocca Scusi, posso uscire un minuto? E’ una questione emotiva, ritorno, glielo prometto. Voglio solo fumare una cazza di sigaretta. Un’entrata sottilmente teatrale, si potrebbe commentare con un po’ di indulgenza. Panico puro, a mio avviso. E parlo con cognizione di causa.

Al CTO ci rimango due settimane. Due settimane per: visitarmi, fare un elettrocardiogramma, una risonanza magnetica, un ecodoppler (che manco sapevo cosa fosse), una operazione di mezz’ora (fissata per un giorno e poi saltata per urgenze), un altro ecodoppler. Tante punture e qualche pasticca. Una sola iniezione di morfina (“mi spetta, no?” invoco appellandomi ad un fantomatico diritto del dolorante).

Ma soprattutto: la mitica minestra in brodo e il pollo. Tutte le sere, tutti i giorni. Una certezza ospedaliera che diventa routine. C’è un che di rassicurante, in tutto questo, oltre che una gran rottura di palle.

Il CTO è in gran parte architettonicamente vecchio e trascurato. Gli ascensori funzionano a singhiozzo. Gli orari di visita sono segnalati su dei cerotti sui quali il tempo ha infierito con veemenza. E altre cosette. Tipo i pc di chi si occupa degli appuntamenti ambulatoriali che si inceppano sempre. Altro che promettere l’abolizione dei parcheggi a pagamento negli ospedali (che trovo una meschina forma di mettersi in luce). Insomma: la parte storica del CTO non fa una bellissima impressione. Anzi.

Gli infermieri,  il personale – qualcuno precario a 45 anni – e i dottori specializzandi che si sono presi cura di me sono eccezionali. Pur essendo certi che il loro futuro è all’estero. Alla ricerca di uno stipendio migliore. Attrezzature adeguate. Ospedali efficienti. Purtroppo è storia.

Ma ho imparato qualcosa di più, e di meglio, stando al CTO. Vedere oltre il proprio letto. Stare in ospedale è prima di tutto una presa di coscienza etica. La tendenza a ritenere che tutto debba girare attorno al proprio letto è forte, quando passi le ore a guardare il soffitto tra un pasto, una puntura, una pasticca e un altro pasto. Anche i migliori si vestono di questo subdolo egoismo, all’ospedale. Lo so bene, eppure tra i migliori non sono di certo.

L’ho capito guardando Marco, mio vicino di letto. Mai una lamentela, sempre sorridente. Non sembra nemmeno un paziente. Eppure è in ospedale da sette mesi: l’insofferenza dovrebbe essere spontanea. Mi racconta il suo incidente: "quando mi sono trovato la gamba appoggiata alla spalla ho capito: questa è rotta, vediamo se c’è altro."

Amputazione. Gli hanno ripetuto 16 volte, a Marco, questa storia dell’amputazione della gamba, tante quante le operazioni fatte. Roba da diventare matto. Ad un certo punto Marco ha detto basta: “Dotto’, io lo so, lei lo sa, passiamo oltre. Raccontami qualcos’altro, no? Sì, hai ragione, fa il camice vestito. Le protesi le fanno benissimo ora,  te l’avevo detto?"

Alla fine gliel’hanno salvata quella gamba. “Teniamocela stretta, la nostra sanità pubblica” mi ha detto Marco. Dopo sette mesi di ospedale, un’amputazione sempre nell’aria e qualche migliaio di minestrine, lui, alla sua sanità pubblica, al suo CTO, ci tiene.




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2 Comments on “Due settimane al Cto, sesto piano, Firenze”

  1. #1 Simo
    on dic 4th, 2009 at 00:35

    Fantastica opinione, in poche righe credo che tu abbia fatto una reale radiografia del CTO.
    Apprezzo anche io il personale per lo più fantastico, ma quello che non sopporto più è LA TOTALE MANCANZA DI UN’ORGANIZZAZIONE E DI UN REFERENTE.
    Ne ho viste di cose allucinanti purtroppo nella mia famiglia, col risultato che è da luglio che, salvo per alcuni periodi, faccio “navetta” tra casa e il CTO.
    Insomma, in circa un mese di ricovero del mio compagno, artrocentesi o come ca. si chiamano fatte al pronto soccorso RIGOROSAMENTE SENZA ANESTESIA; sporadici casi in cui non si interviene di fronte al dolore estremo al quinto piano; terapie dimenticate in paziente epilettico; operazione fatta alle 16 del pomeriggio con paziente digiuno e senz’acqua dalla mezzanotte del giorno precedente, d’estate e senza aria condizionata; intervento finito con necrosi del tessuto; controlli ambulatoriali fatti da personale spesso diverso; l’essere lasciati a se stessi senza indicazioni per quasi 20 giorni con una ferita infetta; l’essere ricoverati inutilmente per 5 giorni; l’essere operati per un intervento del quale si ignora addirittura la natura fin dopo l’operazione; l’impossibilità di rintracciare i dottori telefonicamente da casa e a volte anche lì di persona; gli orari delle visite risicati; l’assenza di una sala TV attrezzata anche per mangiare; i pasti insipidi e poco variati; le lunghe e inaspettate file METTONO IN LUCE UNA DISORGANIZZAZIONE GLOBALE IN UN OSPEDALE CHE NON FUNZIONA, fatta eccezione per la bravura e per l’impossibile che molti dei suoi dipendenti, medici e non, cercano di fare tutti i giorni per raggiungere la DECENZA, SPESSO PURA UTOPIA. GRAZIE DI CUORE, AZIENDA OSPEDALIERO-UNIVERSITARIA CAREGGI!

  2. #2 Samuel Bunkr
    on dic 11th, 2009 at 11:53

    Ciao Simo,

    grazie per il tuo accorato intervento. Credo che ognuno di noi- purtroppo- abbia episodi e aneddoti da raccontare su Careggi… e sospetto che, come il tuo, alcuni (tanti, molti, pochi…?) siano davvero figli di una brutta esperienza. Mi dispiace.

    L’organizzazione: hai perfettamente ragione. Non posso aggiungere una parola rispetto a quello che hai scritto. Solo che, sentendo i racconti degli altri pazienti, alcuni che venivano da lontano e da altri ospedali, nonostante tutto- sottolineo- credo che il Careggi sia meglio di altre realtà ospedaliere. Con tutti i suoi odiosissimi difetti che dovrebbero essere eliminati.

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