Capita che durante una partita a calcetto il tuo tendine d’Achille preferito, senza un preavviso per così dire gentile, si blocchi, si laceri e infine si rompa. Capita che al pronto soccorso un medico pragmatico ti dica: si deve operare. Dobbiamo ricoverarla. Subito.
Capita infine che il sottoscritto, al primo ricovero ospedaliero della sua vita, senta uscire dalla propria bocca Scusi, posso uscire un minuto? E’ una questione emotiva, ritorno, glielo prometto. Voglio solo fumare una cazza di sigaretta. Un’entrata sottilmente teatrale, si potrebbe commentare con un po’ di indulgenza. Panico puro, a mio avviso. E parlo con cognizione di causa.
Al CTO ci rimango due settimane. Due settimane per: visitarmi, fare un elettrocardiogramma, una risonanza magnetica, un ecodoppler (che manco sapevo cosa fosse), una operazione di mezz’ora (fissata per un giorno e poi saltata per urgenze), un altro ecodoppler. Tante punture e qualche pasticca. Una sola iniezione di morfina (“mi spetta, no?” invoco appellandomi ad un fantomatico diritto del dolorante).
Ma soprattutto: la mitica minestra in brodo e il pollo. Tutte le sere, tutti i giorni. Una certezza ospedaliera che diventa routine. C’è un che di rassicurante, in tutto questo, oltre che una gran rottura di palle.
Il CTO è in gran parte architettonicamente vecchio e trascurato. Gli ascensori funzionano a singhiozzo. Gli orari di visita sono segnalati su dei cerotti sui quali il tempo ha infierito con veemenza. E altre cosette. Tipo i pc di chi si occupa degli appuntamenti ambulatoriali che si inceppano sempre. Altro che promettere l’abolizione dei parcheggi a pagamento negli ospedali (che trovo una meschina forma di mettersi in luce). Insomma: la parte storica del CTO non fa una bellissima impressione. Anzi.
Gli infermieri, il personale – qualcuno precario a 45 anni – e i dottori specializzandi che si sono presi cura di me sono eccezionali. Pur essendo certi che il loro futuro è all’estero. Alla ricerca di uno stipendio migliore. Attrezzature adeguate. Ospedali efficienti. Purtroppo è storia.
Ma ho imparato qualcosa di più, e di meglio, stando al CTO. Vedere oltre il proprio letto. Stare in ospedale è prima di tutto una presa di coscienza etica. La tendenza a ritenere che tutto debba girare attorno al proprio letto è forte, quando passi le ore a guardare il soffitto tra un pasto, una puntura, una pasticca e un altro pasto. Anche i migliori si vestono di questo subdolo egoismo, all’ospedale. Lo so bene, eppure tra i migliori non sono di certo.
L’ho capito guardando Marco, mio vicino di letto. Mai una lamentela, sempre sorridente. Non sembra nemmeno un paziente. Eppure è in ospedale da sette mesi: l’insofferenza dovrebbe essere spontanea. Mi racconta il suo incidente: “quando mi sono trovato la gamba appoggiata alla spalla ho capito: questa è rotta, vediamo se c’è altro.“
Amputazione. Gli hanno ripetuto 16 volte, a Marco, questa storia dell’amputazione della gamba, tante quante le operazioni fatte. Roba da diventare matto. Ad un certo punto Marco ha detto basta: “Dotto’, io lo so, lei lo sa, passiamo oltre. Raccontami qualcos’altro, no? Sì, hai ragione, fa il camice vestito. Le protesi le fanno benissimo ora, te l’avevo detto?”
Alla fine gliel’hanno salvata quella gamba. “Teniamocela stretta, la nostra sanità pubblica” mi ha detto Marco. Dopo sette mesi di ospedale, un’amputazione sempre nell’aria e qualche migliaio di minestrine, lui, alla sua sanità pubblica, al suo CTO, ci tiene.