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La Toscana traina la sanità italiana

“Lombardia e Toscana sono le Regioni trainanti della sanità nel nostro paese”. Con una sola frase, pronunciata ieri mattina a Venezia, il ministro alla salute Ferruccio Fazio, smentisce il suo presidente del consiglio Silvio Berlusconi [...] [La Repubblica Firenze]

Curioso. Ho letto questa notizia dopo che un paio di giorni fa si discuteva su questo blog proprio di sanità in Toscana.  Aggiungo solo che nell’articolo de La Repubblica il candidato alla Presidenza della Regione Toscana Rossi, intervenendo su alcune dichiarazioni di Berlusconi ad oggi non documentate,  cita anche i risultati degli studi Osservasalute dell’Università Cattolica: il giudizio dei cittadini toscani circa la sanità locale è migliore rispetto ad altre regioni.

Bambino ammalato di leucemia al Meyer: sms fasullo.

Attenzione: non c’è nessun bambino di 17 mesi ricoverato con una grave forma di leucemia e non serve sangue del gruppo B RH positivo all’ospedale pediatrico di Firenze. E’ una bufala, una notizia falsa di cui il Meyer è ostaggio ormai da più di due anni. [Leggi tutto dalla fonte originale: Google Sms bufala: la lotta infinita del Meyer | Altre frequenze]

Emergenza sangue in Toscana

Notizia grave, questa della mancanza di sangue negli ospedali Toscani. Servono urgentemente donatori.  I requisiti per donare il sangue: basta avere fra i 18 e i 65 anni, godere di un normale stato di salute e pesare almeno 50 kg.  Dove si può donare il sangue? Presso i centri trasfusionali. In provincia di Firenze i centri trasfusionali si trovano negli ospedali di Careggi, Meyer, Torre Galli, Ponte a Niccheri, Iot, Figline.  Donare il sangue è un gesto di civiltà e non provoca nessun genere di danno al donatore: il sangue è un tessuto che si rigenera facilmente. Bastano pochi minuti per fare del bene a chi ne ha più bisogno.

Maggiori informazioni sul blog  Una mela al giorno.

Due settimane al Cto, sesto piano, Firenze

Capita che durante una partita a calcetto il tuo tendine d’Achille preferito, senza un preavviso per così dire gentile, si blocchi, si laceri e infine si rompa. Capita che al pronto soccorso un medico pragmatico ti dica: si deve operare. Dobbiamo ricoverarla. Subito.

Capita infine che il sottoscritto, al primo ricovero ospedaliero della sua vita, senta uscire dalla propria bocca Scusi, posso uscire un minuto? E’ una questione emotiva, ritorno, glielo prometto. Voglio solo fumare una cazza di sigaretta. Un’entrata sottilmente teatrale, si potrebbe commentare con un po’ di indulgenza. Panico puro, a mio avviso. E parlo con cognizione di causa.

Al CTO ci rimango due settimane. Due settimane per: visitarmi, fare un elettrocardiogramma, una risonanza magnetica, un ecodoppler (che manco sapevo cosa fosse), una operazione di mezz’ora (fissata per un giorno e poi saltata per urgenze), un altro ecodoppler. Tante punture e qualche pasticca. Una sola iniezione di morfina (“mi spetta, no?” invoco appellandomi ad un fantomatico diritto del dolorante).

Ma soprattutto: la mitica minestra in brodo e il pollo. Tutte le sere, tutti i giorni. Una certezza ospedaliera che diventa routine. C’è un che di rassicurante, in tutto questo, oltre che una gran rottura di palle.

Il CTO è in gran parte architettonicamente vecchio e trascurato. Gli ascensori funzionano a singhiozzo. Gli orari di visita sono segnalati su dei cerotti sui quali il tempo ha infierito con veemenza. E altre cosette. Tipo i pc di chi si occupa degli appuntamenti ambulatoriali che si inceppano sempre. Altro che promettere l’abolizione dei parcheggi a pagamento negli ospedali (che trovo una meschina forma di mettersi in luce). Insomma: la parte storica del CTO non fa una bellissima impressione. Anzi.

Gli infermieri,  il personale – qualcuno precario a 45 anni – e i dottori specializzandi che si sono presi cura di me sono eccezionali. Pur essendo certi che il loro futuro è all’estero. Alla ricerca di uno stipendio migliore. Attrezzature adeguate. Ospedali efficienti. Purtroppo è storia.

Ma ho imparato qualcosa di più, e di meglio, stando al CTO. Vedere oltre il proprio letto. Stare in ospedale è prima di tutto una presa di coscienza etica. La tendenza a ritenere che tutto debba girare attorno al proprio letto è forte, quando passi le ore a guardare il soffitto tra un pasto, una puntura, una pasticca e un altro pasto. Anche i migliori si vestono di questo subdolo egoismo, all’ospedale. Lo so bene, eppure tra i migliori non sono di certo.

L’ho capito guardando Marco, mio vicino di letto. Mai una lamentela, sempre sorridente. Non sembra nemmeno un paziente. Eppure è in ospedale da sette mesi: l’insofferenza dovrebbe essere spontanea. Mi racconta il suo incidente: “quando mi sono trovato la gamba appoggiata alla spalla ho capito: questa è rotta, vediamo se c’è altro.

Amputazione. Gli hanno ripetuto 16 volte, a Marco, questa storia dell’amputazione della gamba, tante quante le operazioni fatte. Roba da diventare matto. Ad un certo punto Marco ha detto basta: “Dotto’, io lo so, lei lo sa, passiamo oltre. Raccontami qualcos’altro, no? Sì, hai ragione, fa il camice vestito. Le protesi le fanno benissimo ora,  te l’avevo detto?”

Alla fine gliel’hanno salvata quella gamba. “Teniamocela stretta, la nostra sanità pubblica” mi ha detto Marco. Dopo sette mesi di ospedale, un’amputazione sempre nell’aria e qualche migliaio di minestrine, lui, alla sua sanità pubblica, al suo CTO, ci tiene.